L’Istituto Comprensivo numero 3 di Renazzo

dormire sul treno

Ecco, questo sono (più o meno) io, Frecciarossa delle sei e trenta per Roma, fino all’arrivo dell’Istituto Comprensivo numero 3 di Renazzo, provincia di Ferrara. Un’orda di coscritti della mia primogenita, una vagonata di classi quinte elementari con polmoni, muscoli e neuroni proiettati verso gli attesissimi tre giorni di gita scolastica nella capitale. Salgono in carrozza facendosi spazio tra le loro stesse urla. “Non riposerò molto stamattina“, penso tra me e me, ma non importa: apro l’occhio destro, riattivo il cerebro, apro anche l’occhio sinistro. E osservo:

  • c’è Giorgia, paffutella decenne seduta proprio di fronte a me. Ha una gran voglia di far sapere al mondo che sta crescendo; e qual miglior modo se non quello di scalciare come un puledro mirando alle mie tibie?
  • la compagna seduta a fianco, ancor più paffutella, non si è ancora tolta la “cuffia“, il berretto di lana diremmo dalle mie parti, che chiede a gran voce alla maestra quando può far merenda. Confidandosi con la vicina di posto, presumibilmente l’amichetta del cuore, le sussurra: “Sai, è da ieri sera che non mangio…“.
    Al ‘Via, si scateni l’inferno ma non sbriciolate!‘ dell’insegnante, apre lo zainetto color rosa-hello-kitty (il vezzeggiativo lo lascio per comodità, nonostante le reali dimensioni della borsa-frigo) ed estrae un variegato campionario degno del miglior Informatore Scientifico del Mulino Bianco. Non la sentirò più parlare fino a Fiano Romano;
  • c’è anche Màicol (o Michael?), seduto alla mia-fila-meno-uno, con gli occhi perennemente incollati allo schermo della Nintendo DS, molto probabilmente in questo stato dalla lontana notte di Natale del duemilaenove. Il più taciturno di tutti;
  • Miriam, invece, è pronta a competere al gioco delle tabelline, “Solo se non mi chiede quella dell’otto, però, maestra, perché quella non la so; va bene?“.

Infine la maestra, un paragrafo a parte lo merita, una degli adulti tra gli accompagnatori. Sale sul treno più agitata e trafelata dei suoi ragazzi; dispensa posti a sedere a destra e a manca, anche a chi si è già di fatto accomodato. L’accompagna un fedelissimo trolley rigido color blu scuro che la segue zigzagando in corsia, par l’Albertone dall’Abetone, centrando -che fortuna!- un solo “paletto“, il mio ginocchio, ancora indolenzito adesso che Fiano Romano è alle nostre spalle da un po’.

Fermi tutti!!!“, urla ad un certo punto, “La mia valigia, non ho più la mia valigia!”. Ma il treno si è già rimesso in moto, ne più si ode l’eco del fischietto del capostazione. Un gran balzo dalla fila uno alla fila dodici –Fiona May non sei nessuno- e via di corsa dalla collega, mani nei capelli, e grido di dolore finale: “Aiutatemi, non ho salito la valigia!“.

“Aiuto!” -quasi all’unisono- urlo silenziosamente io. Quasi quasi m’alzo, direzione vagone ristorante: ce l’avranno mica un Diger Selz?