Nine Eleven

Pubblicato Categorie: Life

Un martedì mattina come tanti altri al ventitreesimo piano di 2001 Hamilton Street. Colazione, doccia, la TV accesa in sottofondo su ABC, Diane Sawyer che parla in lontananza, mentre mi rado. Fuori il solito inizio di giornata, il traffico di chi si muove verso gli uffici, i nasi all’insù dei turisti in zona Museuf of Arts, in cerca della celeberrima statua del Rocky d’origini tricolore.

Poi, all’improvviso, sono le 8:55, arriva la notizia che un aereo ha colpito una torre del World Trade Center. Ancora non lo so, nessuno lo sa, ma è solo l’inizio di una lunga giornata. Di una lunga settimana. Di un mai concluso periodo storico.

Occhi appiccicati al tubo catodico. Devo comunque uscire per andare al lavoro. Salgo sullo shuttle aziendale e Al, l’autista, riempie un silenzio surreale con la radio accesa a palla; durante il tragitto arriva la conferma che spazza via ogni ipotesi di incidente: anche la seconda torre è stata colpita. L’atmosfera a bordo cambia all’istante. È chiaro, a quel punto, che non si tratta più un episodio isolato: è qualcosa che sta accadendo, in diretta, e nessuno sa dove si fermerà.

Arrivo in ufficio e l’aria è già pesante. Incrocio il mio collega Vadim, e il solito saluto del mattino si trasforma in qualcos’altro:

“Good morning”.

“Not really good”.

Apro la home page di cnn.com: le immagini del World Trade Center in fiamme occupano tutto lo schermo. Zado mi guarda sconvolto: “Is it crazy?”. Le workstation si accendono una dopo l’altra, e Vadim si mette in chat con i colleghi di New York, per capire cosa stia succedendo a poche decine di miglia da noi. Il primo pensiero va agli affetti: io e Romina chiamiamo casa, sanno già tutto, e la preoccupazione si percepisce all’altro capo del telefono, nonostante un oceano nel mezzo. Provo a rassicurare più mia madre che me stesso: “Qui è tutto ok, ci risentiamo più tardi”.

Quella sensazione di calma dura un istante. Il capo entra nello stanzone con il viso stravolto e dice una parola sola, che fa calare il gelo: “Pentagono”. Philadelphia è lì in mezzo tra i due bersagli, una situazione che cominciamo a percepire come pericolosa anche per noi.

Attorno agli schermi si formano capannelli di persone impietrite. Arriva la telefonata di Adrian, che chiama dal Campidoglio a Washington. Urla, agitato: “Andate via, non state lì!”. È in quel momento che realizziamo dove ci troviamo davvero: il nostro ufficio è proprio davanti a Independence Hall e la Liberty Bell, il luogo simbolo dell’indipendenza americana. L’idea di essere nella traiettoria di un altro attacco smette di essere un’ipotesi astratta e diventa un pensiero concreto, che non riesco più a scacciare.

In diretta web, vediamo crollare la prima torre. Poi internet collassa. Niente telefono, niente mail, niente rete. Mi sposto verso il datacenter, dove un collega aveva riesumato una vecchia tv dal magazzino; la tragedia non si ferma: in diretta vediamo crollare anche la seconda torre.

L’azienda ordina la chiusura immediata dell’edificio. Scendiamo in strada in fretta e furia; fuori è il caos, nessuno sa bene come allontanarsi. Iniziamo a camminare, poi riusciamo a fermare un taxi; lo condividiamo con una donna visibilmente sotto shock. Tra la paura di restare in centro, l’appartamento al ventitreesimo piano, il quarto aereo scomparso -si vocifera- nei cieli della Pennsylvania, l’incertezza sul da farsi, decidiamo di allontanarci verso la campagna, in cerca di un posto tranquillo, con orecchie tese verso l’autoradio e gli occhi -quando possibile durante le soste- incollati alle tv di diner e distributori di carburante. A rincorrere notizie che continuano ad arrivare.

Quando verso sera rientriamo a Philadelphia, la città che conoscevamo non c’è più. È un deserto. Le strade sono vuote, il silenzio spettrale, l’aria carica di una tensione che si può quasi toccare. Ogni sirena in lontananza, ogni rumore improvviso, viene letto come un pericolo imminente. E così per i giorni, le settimane, i mesi successivi.

“No, non dimentico” non è uno slogan. Mi piace più pensarla come una promessa affinché tutto questo non accada mai più.

Non mantenuta, pare, riaccendendo quella vecchia tv sul notiziario odierno…


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