Dopo i dati, i pensieri.

Pubblicato Categorie: Artificial Intelligence, Tech
Close-up of a man with binary code projected on his face, symbolizing cybersecurity.

Il prossimo contenuto originale non sarà scritto. Sarà pensato.

C’è un paradosso silenzioso al centro dell’era dell’intelligenza artificiale.

I modelli linguistici hanno divorato tutto tra libri, articoli, blog, social, recensioni di prodotti Amazon, forum abbandonati, commenti ai video di gattini, l’intero online, forse l’intero offline. Miliardi di parole, immagini e altro ancora di produzione (generalmente) umana; concetti ingeriti, digeriti, rielaborati. E ora, con una certa ironia, tutti noi usiamo questo materiale per produrre altro materiale, che a sua volta finirà nel training set della prossima generazione, in un loop sempre più autoreferenziale.

Il risultato? I contenuti generati dall’AI sono già, e saranno sempre di più, figli di contenuti generati dall’AI.

Bene. E allora dove sta la vera rarità?

Togli il social media sgrammaticato (che sopravviverà per ragioni che non approfondiremo qui). Togli i contenuti di servizio, i tutorial, le FAQ ottimizzate per la SERP. Rimane qualcosa di strano, di non ancora catturato: il pensiero umano grezzo. Quello che non è ancora stato scritto.

L’ipotesi è questa: il prossimo fronte davvero interessante non è l’AI che produce contenuti, ma l’AI che impara a leggere ciò che è ancora dentro di noi: intenzioni, ragionamenti impliciti, connessioni tra idee che non abbiamo ancora esternalizzato in testo, immagine o altro ancora.

Non quello che hai pubblicato. Quello che stavi per pensare.

Modelli linguistici addestrati non sul prodotto del pensiero, ma sul pensiero stesso. Prima che diventi parola. Prima che si normalizzi nel formato.

È fantascienza? Forse. Ma la distanza tra fantascienza e roadmap di prodotto si è accorciata in modo imbarazzante negli ultimi tre anni.

Paura, eh?


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1 commento

  1. Io a volte penso cose e l’algoritmo mi propone cose associate a quanto penso, e mi chiedo: come ha fatto? Non è che le ho pronunciate, e dunque lui le ha ascoltate. Le ho proprio solo pensate. Non è che l’hanno già fatto?

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